Work in progress

Posted by jdettoni On December - 31 - 2010ADD COMMENTS

Raissa è in una fase di intensa riflessione.

Disoccupazione giovanile alle stelle

Posted by jdettoni On July - 3 - 2010ADD COMMENTS

Un giovane su tre senza lavoro…

Gli ultimi dati dell’Istat.

La modernizzazione senza sviluppo per la Fiat

Posted by jdettoni On June - 15 - 2010ADD COMMENTS

Andare avanti per tornare indietro. Fare d’un sol boccone i diritti dei lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Perché c’è la crisi. E allora tutto va bene, tutto è lecito. “O così, o tutti a casa”. In altre parole: “Vi teniamo per le palle, non potete che accettare. Non accettate? Andiamo in Polonia“. Sergio Marchionne è un abile giocatore di scacchi. Ma in questo momento non deve nemmeno andare troppo di fino: è come se stesse giocando contro un esercito di pedoni. Lui muove torri, cavalli, alfieri e regina. Gli altri assistono impietriti alla carneficina. In parlamento Pomigliano non sanno nemmeno dove sia, mentre i sindacati si allineano solerti, eccezion fatta per la Fiom che ci prova anche a dire “Ehi ragazzi, questa è una vera inculata”, ma invano. Il problema non è Pomigliano. E’ il dove porta la strada che la Fiat vuole spianare. Luciano Gallino, sociologo d’altri tempi e attento osservatore del mercato del lavoro lo spiega molto bene: “Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese“. Un inciso: l’anno scorso la Fiat ha ricavato oltre 50 miliardi di euro; alla voce costo del lavoro ne vengono riportati 6,8: ai salariati è andato il 13% del ricavato totale. Nel 1980 era l’88,8 per cento. La lotta di classe è finita?  Tutt’altro: solo che da un lato sono rimasti solo i pedoni, dall’altro il re guida abile un’armata ancora intatta.

PS: comunque vada, anche le tute blu di Pomigliano andranno in paradiso.

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Mentre donna Letizia si gode Miss Padania (giusto per mettere in chiaro chi non comanda in città), parte la raccolta firma per un referendum che potrebbe cambiare volto a Milano. Promosso da Radicali, Verdi e dall’ex assessore Edoardo Croci – Pd non pervenuto – punta a dare ai milanesi l’ultima parola su cinque cruciali questioni:

  • Referendum 1: Ecopass e mobilità sostenibile: per l’estensione di Ecopass, metropolitane, piste ciclabili e aree pedonali;
  • Referendum2: Expo: per evitare la cementificazione dell’area Expo;
  • Referendum 3: Navigli: per riaprire i Navigli;
  • Referendum 4: Alberi e verde pubblico: per raddoppiare il verde pubblico e ridurre il consumo di suolo;
  • Referendum 5: Energia pulita ed energia sostenibile: per energia pulita, rottamazione edilizia, teleriscaldamento, efficienza energetica.

I promotori hanno ora 120 giorni per raccogliere 15mila firme, più o meno l’1,5% degli elettori milanesi e così indire il referendum. A quel punto, per essere valido, il voto dovrà attrarre almeno il 30% degli aventi diritto. Il verdetto non sarà comunque vincolante. Il referendum è consultivo: obbligherà sì il consiglio comunale a deliberare sui quesiti referendari, ma questo non toglie che possa farlo senza accettare la volontà dei cittadini. Democrazia diretta (più o meno).

Tutti i dettagli dell’iniziativa

La Wolkswagen al posto della Bmw. L’elettricità al posto dell’idrogeno. Letizia Moratti al posto di Gabriele Albertini. Sono loro i nuovi interpreti di un film già visto: “Le mirabilia della macchina a emissioni zero”. Alla prima in piazza della Scala c’era un parterre de roi: Giorgetto Giugiaro, il rettore uscente del Politecnico Giulio Ballio e Giuseppe Tartaglione, presidente di Volkswagen Italia. Non poteva mancare anche il sindaco Letizia Moratti, che a pochi minuti dalla proiezione dichiarava: “Oggi segniamo un’altra tappa importante nel percorso della lotta allo smog a favore della mobilità sostenibile”. Come darle torto. Le immagini del nuovo Volkswagen Milano Taxi strabiliavano gli accorsi: un’auto elettrica a emissioni zero, che non fa rumore, tutta luccicante, guidata da persone sorridenti, felici, addirittura agile in mezzo al traffico cittadino e abbastanza piccola da evitare ogni problema di parcheggio. Bellissimo: la standing ovation arrivava puntuale. Chi avrebbe mai immaginato il putiferio che era lì da venire. In preda all’euforia del momento, tutti si riversavano in strada per provare per primi il fantastico Volkswagen Milano Taxi. L’eccitazione diventava però rabbia al cospetto dei soliti taxi a benzina o tutt’al più a diesel. “Dov’è? Dov’è?” urlava la folla delusa. Le loro speranze venivano definitivamente frustrate dalla nota ufficiale emessa dal Comune, dove tra due piccole parentesi si leggeva: “La produzione inizierà nel 2013″. Crebbe allora lo sgomento, a tal punto da rievocare il bluff de “Le mirabilia dell’auto a emissioni zero. Edizione 2002″, quando il già presidente della Regione Roberto Formigoni e l’allora sindaco Gabriele Albertini, a fine proiezione dichiaravano: “Nel 2005 useremo l’auto a idrogeno”. Nemmeno il tempo di chiedere spiegazioni: regista e commedianti si dileguavano nel nulla e la folla si riscopriva sola in preda alle perplessità. Non rimaneva altro da fare che tornarsene a casa. Chi a piedi, chi in bici, chi con i mezzi, chi in auto. Nessuno con lo strabiliante taxi elettrico a emissioni zero.

“Albertini e Formigoni: Nel 2005 useremo le auto a idrogeno” (3 febbraio 2002, corriere.it)

Look at me!

Posted by jdettoni On May - 26 - 20101 COMMENT

Quando sullo stato di salute di una città o di qualsiasi organizzazione si moltiplicano scritti, dichiarazioni, memorandum sul da farsi, vuol dire che lo stato di salute di quella città o di quella organizzazione non è buono. È il caso di Milano, che ha ricevuto negli ultimi anni un enorme numero di diagnosi, consigli, suggerimenti di ogni tipo e da ogni dove. Eppure sembra sempre mancare una visione, una strategia, una direzione di marcia. I vertici politici e amministrativi della città stanno abbarbicati all’unica idea di Expo 2015 come dei naufraghi a una ciambella di salvataggio, peraltro un po’ consunta e appesantita.
Ci si lamenta ancora troppo del cattivo funzionamento di Milano, del lungo sonno che ha fatto perdere alla metropoli il ruolo di traino, di guida illuminata del Paese. Ma quando si incontrano manager, imprenditori, uomini d’affari, consiglieri delegati di gruppi multinazionali che vivono a Milano da molti anni, e li si interroga su come vedono la città, viene fuori che la vita a Milano da loro è apprezzata e che nei rispettivi gruppi societari c’è una lunga lista d’attesa di manager che sarebbero lieti di trasferirsi qui. Tra i motivi di tale apprezzamento vengono sottolineate soprattutto la qualità delle nostre Università e dell’organizzazione sanitaria, ma anche la straordinarietà di un’offerta culturale che ci mette all’avanguardia nella musica, nel teatro e nell’arte.
Dunque c’è del buono nella nostra amata Milano, di cui andare orgogliosi. Ma dobbiamo domandarci: questo buono rappresenta un capitale sociale accumulato nei secoli, che stiamo rinnovando, o che semplicemente stiamo consumando?

Da allarme a speranza
La nostra organizzazione sanitaria è buona anche perché abbiamo dietro le spalle almeno cinquecento anni di buona sanità, di grandi medici scienziati ai quali nessuno chiedeva se avessero la tessera del partito o della setta di turno. Oggi, sempre più spesso, mentre si parla di meritocrazia, a un giovane non si chiede che cosa sa fare, ma a quale cordata appartiene. La convenienza sta sempre più prendendo il posto della competenza. E così si pongono le basi per una inevitabile caduta morale, professionale, motivazionale e, inevitabilmente, anche finanziaria della nostra città.
Milano deve riflettere a voce alta sull’invadenza della politica nei suoi circuiti vitali, e deve tornare ad affermare con forza il valore del merito, senza piegarsi ad un conformismo che mina alle radici la sua identità. C’è, nella società milanese, un antico antidoto a questo rischio: è il coraggio di esporsi, di prendere posizioni coraggiose: basta citare Beccaria o Verri o Cattaneo per trovare qualche esempio luminoso che viene dal passato. Altri ce ne sono anche oggi, però restano sommersi, non hanno la forza di imporsi e faticano a trovare autorevoli sponsor nelle istituzioni. Bisogna farli emergere: per non cadere sempre nell’elogio del tempo perduto, Milano deve dare più opportunità ai «nuovi», creare le premesse per una rivoluzione del buon cittadino, seminando qualcosa di diverso dalla caccia al consenso elettorale: deve dare, come fanno tanti volontari per il sociale non profit, esempi imitabili; deve aiutare i giovani a prendere in mano il loro futuro, a diventare protagonisti nella loro città, assumendosene anche le responsabilità. Abbiamo scritto più volte che in questo Paese se non ce la fa Milano, se questa città non diventa l’esempio virtuoso di una rinascita, economica, civica, culturale, c’è poca speranza per tutti. I maggiori mali dell’Italia di oggi sono due: siamo sempre più rassegnati e assistiamo senza reagire al taglio sistematico di tutti i legami veri con l’Europa. Bisogna trasformare quello che appare come un «allarme Milano» in una «speranza Milano»: per noi, per i nostri figli e per l’Italia. In questa città c’è lo spessore intellettuale, culturale, morale, storico, economico per fermare una deriva che preoccupa tutti. Ed una cosa ci sentiamo di affermare: o questa inversione la fa Milano o non la fa nessun altro nel nostro Paese.

I punti fondanti
Questa città, diventata così succube di Roma che ha visto i suoi uomini politici sempre più risucchiati e integrati nella macchina del potere romano, che ha assistito impotente allo svuotamento di Malpensa e al quasi commissariamento dell’Expo 2015, che si sta sfinendo in un interminabile dibattito sul piano di governo del territorio, questa città, dicevamo, che ha ancora nelle sue viscere l’energia, l’intelletto e la conoscenza per fermare uno scivolamento verso il basso, può rilanciare il merito, l’efficienza, lo spirito solidale e farli diventare punti di forza per il rilancio. Non con l’antipolitica, ma con la buona politica. Non si tratta di essere di destra o di sinistra: il tavolo per ridare a Milano un ruolo di guida nel Paese è aperto a tutti. E perché ciò avvenga è necessario acquisire e concordare su cinque punti fondamentali e fondanti:
— Riacquistare profonda consapevolezza che, se si lascia prevalere il principio di affiliazione sul principio di professionalità, Milano tradisce la sua vocazione più profonda; si allontana dal modello che deriva dalla sua storia e si avvia a modelli di stampo mafioso.
—Acquisire coscienza che se ciò si verifica è inevitabile per la città e per la maggioranza dei cittadini un processo di impoverimento che, nel tempo, consumerà sia il capitale economico che il capitale sociale accumulato. Perché come ci ha insegnato un grandissimo figlio di Milano, Carlo Cattaneo: «Chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze».
— Rendersi conto che la politica di taglio sistematico dei legami con l’Europa e lo sforzo di sprofondarci in una dimensione culturale provinciale, è strumentale alla vittoria del principio di affiliazione ed è in conflitto totale non solo con la cultura ma con gli interessi di Milano e dei milanesi.
— Capire che la crisi innescherà un ciclo di ricambio generazionale profondo, aprendo in parte anche nuove opportunità di lavoro. Milano dovrà creare filiere di valore dentro la crisi, per trattenere chi porta talento, creatività e professionalità.
—Convincersi che per fermare la deriva è necessario che tutti si impegnino. Dobbiamo tutti dirci, con il fondatore della Milano moderna, il nostro vescovo e sindaco Ambrogio: «Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili.
Vivete bene e muterete i tempi». Se siamo d’accordo su questi principi fondanti, che potremmo chiamare la base del nostro patto costituzionale cittadino, del nostro voler stare insieme, tutto il resto consegue. Allora, anche passando in rassegna, i più importanti contributi pubblicati sul Corriere, a partire dal forte appello del Cardinale Tettamanzi (20 maggio 2009), individuiamo dieci punti che nel loro insieme possiamo chiamare: Manifesto per Milano. Punti, sui quali chiamare all’azione i cittadini che vogliono impegnarsi contro la deriva e contro la rassegnazione. Questi punti non esauriscono tutti i temi emersi nel ricco dibattito sulla città, lanciato dal Corriere nel corso dell’anno. Ma sintetizzano efficacemente, il desiderio trasversale e dominante che la città esprime di liberarsi dalla Signoria e dal peso del potere del denaro, e insieme dalla rassegnazione, per ricostruire una città libera, aperta, creativa, non triste e grigia, ma coraggiosa e anche un po’ scanzonata, come Milano è sempre stata.

Lavorare per la comunità
Bisogna reagire alla diffusa convinzione che non vale la pena di darsi da fare per cambiare, perché le cose, in una grande realtà urbana, non possono andare diversamente. Il punto di vista diverso consiste nella capacità di agire al di là dell’oggi e dei nostri interessi personali, immaginando e lavorando per il benessere della comunità nella quale vivranno i nostri figli e nipoti ma anche nuovi cittadini senza il presunto pedigree di milanesi doc. Ognuno deve mettersi in gioco, portando un mattone da mettere al posto giusto nel modo giusto, senza scaricare sempre tutto su chi amministra. Parliamo meno di crisi e più di ricostruzione. Proviamo a ricomporre attorno a qualche idea forte le tante anime disperse della città, le cento isole che producono cultura, ricchezza, talenti, solidarietà. Cominciamo a dire, con un motto kennediano: cosa posso fare io per Milano? E diamo anche qualche segnale di svolta. Cominciando dai più piccoli, dai futuri cittadini. Può sembrare un paradosso nella città della finanza, del terziario, della moda e del design; Milano è caratterizzata come la città del lavoro, e questo è un bene, ma i bambini sono il futuro e noi partiamo da questa constatazione: se le condizioni di vita in città sono buone per i piccoli sono buone per tutti i cittadini a prescindere dall’età. Il denaro speso per migliorare la qualità di vita di bambini e ragazzi (e quindi delle loro famiglie) è un investimento sicuro per l’intera collettività. La questione infanzia va messa dunque con urgenza al centro dell’attenzione dell’amministrazione comunale, perché riguarda l’aria, il traffico, il verde, la scuola, l’educazione, l’assistenza, lo sport, il tempo libero. Occorre un patto tra tutte le forze politiche in competizione affinché inseriscano nei loro programmi almeno un punto in comune: Milano si impegna a dare piena attuazione, in tempi brevi e sulla base di un’agenda chiara e verificabile, alla Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia.
Si crei un assessorato per l’Infanzia e l’adolescenza che dia garanzie di competenza e di autonomia rispetto alle parti politiche, un assessore che sia anche un garante, un coordinatore o comunque lo si voglia chiamare, che abbia l’autorità morale per potere richiamare l’attenzione delle autorità e degli altri assessorati su quegli aspetti della condizione infantile che richiedono immediati e urgenti interventi e verificare che quegli interventi siano andati a buon fine.

Verso l’Expo
Il buon funzionamento della città e il miglioramento della sua vivibilità rappresentano precondizioni necessarie a un vero rilancio, anche in vista di quell’Expo di cui si fatica a capire la reale portata. Noi vogliamo dare spazio alla speranza che l’Expo diventi una grande occasione per la città, diventi un progetto in grado di far emergere il meglio di Milano e del Paese.
Ma ci dobbiamo interrogare sul presente, sulle tante emergenze irrisolte, sui ritardi accumulati nei cantieri dei parcheggi, dei Navigli, di Brera, del verde urbano, della lotta all’inquinamento. Bisogna mettere alcune zone di periferia nelle condizioni di vivere meglio: ci sono luoghi da salvare che meritano più attenzione e ascolto. Per questo è urgente creare subito un tavolo permanente sulla qualità della vita in città, un osservatorio neutrale in grado di fornire indicazioni utili, a chi governa e ai cittadini. Servirà a segnalare situazioni di allarme o di speranza per Milano: bisogna dare conto dei problemi nei singoli quartieri, ma anche mettere in evidenza le zone di luce che ci sono. La critica non deve essere vista come un ostacolo alla politica del fare. Deve trovare ascolto per cercare insieme una soluzioni ai problemi. Bisogna far crescere lo spirito civico che è nel Dna dei milanesi. Bisogna far tornare l’amore per la città a chi ci vive. È importante tornare a sentire, a Milano, un clima di fiducia.
Consideriamo questo Manifesto, aperto agli stimoli e ai suggerimenti di ogni cittadino da ogni quartiere, una base di partenza per unire (e non dividere) la città su alcuni obiettivi di fondo. Pensiamo possa anche essere di stimolo e di aiuto a chi governa, in un momento di crisi difficile per tutti. Non è un’invasione di campo: crediamo che una sommatoria di microinterventi sia il primo passo per avviare un percorso virtuoso in grado di cambiare il passo alla città. E chiediamo ai cittadini di segnalare le prime urgenze al forum «Milano per voi» aperto su Corriere.it: non solo il cahier des doléances,ma soprattutto cose che si possono fare, presto e bene.
I punti elencati non sono astratti e generici. Non sono neanche appelli o raccomandazioni. Sono piuttosto un insieme di impegni che, uniti ai cinque punti fondanti, rappresentano la bussola per prendere posizione e agire sui tanti temi concreti con i quali ci confrontiamo ogni giorno. Sono una chiamata all’impegno che viene dalle voci più consapevoli della città. Una chiamata rivolta a tutti, giovani e anziani. Da più parti si dice che i giovani oggi a Milano sono distratti, lontani. Non hanno a cuore la loro città. Bisogna coinvolgerli. Nelle tante associazioni che fortificano Milano si sente ripetere che se viene a mancare l’impegno degli anziani, c’è il vuoto. Gli anziani sono una grande e preziosa risorsa. Noi però abbiamo bisogno anche dei giovani. Senza il loro aiuto non ce la faremo a fermare la deriva. E se non ce la faremo, c’è il rischio della resa, alla quale vogliamo contrapporre una nuova resistenza e una nuova speranza ripetendo le parole che il cardinale Carlo Maria Martini pronunciò in Duomo nel marzo 2002: «Cari ragazzi, amate la città e il nostro Paese, e apritevi alla dimensione mondo. Sappiate prendere a onore la dimensione civile della vita ».

di Giangiacomo Schiavi, Fulvio Scaparro , Marco Vitale

da www.corriere.it

13 maggio 2010

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«Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d\'esistere» I. Calvino, Le città invisibili

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